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Non è detto che sia un sociopatico: perché vogliamo dare una diagnosi a tutti

Szabó Erzsébet6 min di lettura
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Non è detto che sia un sociopatico: perché vogliamo dare una diagnosi a tutti — Lifestyle
In questo articolo

Quante volte, dopo una serata storta con le amiche, ti sei ritrovata a cercare di decifrare il comportamento incomprensibile di un ex? A me è successo spesso.

Sicuramente è narcisista, visto quanto è stato freddo quando ti ha lasciata. Il tuo capo è chiaramente uno psicopatico, dato che urla in continuazione. E quel cognato che sparisce per giorni? Ovvio, un sociopatico tossico. Ti suona familiare? Ma perché all'improvviso siamo diventati tutti psichiatri, e perché ci risulta così difficile accettare che qualcuno sia semplicemente un maleducato, un codardo o una persona poco responsabile?

Quando la nostra libreria diventa uno studio clinico

C'è stato un periodo in cui ho letto moltissimi libri di crescita personale e psicologia, e sono convinta che quel tipo di conoscenza possa essere una bussola meravigliosa nella vita di tutti i giorni. Ci sono temi e metodi in cui mi sono immersa a fondo, e alla fine mi hanno portata a cambiamenti splendidi, ma solo quando li ho messi in pratica e non ho avuto paura di andare in terapia. Quando ci addentriamo davvero nella materia, però, parte inevitabilmente un film nella nostra testa. Sfogliando le pagine ci viene quasi da esclamare che quel capitolo è identico al nostro ex, che quella descrizione è tutto nostro padre, e a volte riconosciamo perfino noi stessi in un paragrafo un po' inquietante.

È incredibilmente facile cadere nella trappola di sentirsi improvvisamente degli esperti dopo qualche articolo o un bestseller, o almeno di avere l'impressione di vedere le cose molto più in profondità degli altri. Ma la verità è che la maggior parte di noi non sono professionisti: non abbiamo alle spalle anni di università e centinaia di ore cliniche. E anche chi li ha, sa bene che perfino gli psicologi formati diagnosticano con estrema cautela, sbagliando talvolta. Eppure, da profani, etichettiamo le persone intorno a noi con una sicurezza inappellabile, o formuliamo diagnosi mentre commentiamo online, dimenticando che l'animo umano è molto, ma molto più sfumato di così.

Dalle piccole stranezze quotidiane alle sigle di moda

La "moda della diagnosi" ha superato da tempo i partner difficili o i colleghi pesanti, e si è insinuata in tutto il nostro modo di vivere. Se ci guardiamo intorno nello spazio online, ormai quasi una persona su due è "iperattiva", "un po' autistica" o addirittura "nello spettro". Se qualcuno nella frenesia della giornata dimentica le chiavi, è un po' distratto o fatica a concentrarsi durante una presentazione noiosa e infinita, gli si appiccica subito l'etichetta dell'ADHD. Se invece è più introverso, preferisce passare le serate a casa o ha un hobby particolare, ecco subito il sospetto che si trovi nello spettro autistico. Ma perché ci ostiniamo a misurare e classificare quanto una persona sia intro o estroversa? Non potrebbe semplicemente avere una giornata migliore o peggiore, un periodo più stanco o più attivo?

Con questa tendenza, senza volerlo, causiamo danni enormi. Si tratta infatti di condizioni neurologiche e dello sviluppo molto reali e serie, con cui milioni di persone convivono e lottano duramente ogni giorno. Bollando come disturbo clinico dei tratti umani del tutto normali, degli stati d'animo passeggeri o delle naturali reazioni allo stress, ne banalizziamo l'essenza e, poco a poco, logoriamo il valore autentico delle diagnosi.

Se fa male, perché continuiamo a farlo con tanta convinzione?

La risposta è che l'etichettare è in realtà un meccanismo di autodifesa molto astuto, una sorta di salvagente emotivo. Quando qualcuno ci ferisce, ci inganna o semplicemente ci trascura, spesso fa male in modo insopportabile, e al dolore si aggiungono impotenza, rabbia e il senso di essere stati rifiutati.

In questi casi formulare una diagnosi dà un immediato senso di controllo: se dici che l'altro è un sociopatico, ti sollevi in un colpo solo da ogni responsabilità e puoi chiudere la discussione dolorosa.

Questa etichetta veloce placa il tuo animo in tempesta, perché suggerisce che il problema non sei tu, che non hai sbagliato nulla: l'altro è semplicemente un caso clinico, punto. La spiegazione lampo aiuta a sopravvivere alla delusione, ma di solito nasconde una realtà più profonda, fatta di carne e sangue, e distoglie l'attenzione dalle domande importanti. Per esempio: perché ti sei ritrovata proprio tu in questa situazione, o perché nella tua vita si ripete sempre la stessa dinamica.

La maggior parte delle persone, infatti, non si comporta "male" perché soffre di un disturbo mentale, ma perché in quel momento è semplicemente egoista, immatura, codarda, si attiva un suo trauma o sta attraversando un periodo terribile. E ammettiamolo: questo non vale solo per gli altri, ma a volte anche per noi stessi.

Le etichette creano un mondo infinitamente comodo e in bianco e nero, in cui noi possiamo essere i buoni, le vittime, e gli altri i cattivi, i colpevoli. Nella vita reale, però, siamo capaci di ferirci a vicenda anche senza essere cattivi o malati mentali, perché tutti prendiamo decisioni sbagliate, possiamo avere priorità completamente diverse, o semplicemente parlarci senza capirci. Accettare la fragilità umana non significa assolvere le azioni dell'altro, ma aiuta a gestire i nostri torti per quello che sono davvero.

Come trasformare la conoscenza in vera crescita

Informarsi sulla psicologia e raccogliere conoscenze è una cosa fantastica, ma vale qualcosa solo se metti in pratica ciò che impari e, se serve, chiedi aiuto a dei professionisti. È del tutto inutile diagnosticare le persone intorno a te o il tuo ex, perché su una sola cosa a questo mondo hai davvero potere: le tue reazioni.

Usa piuttosto la crescita personale per migliorare la tua vita. E se senti che questo tema ti appassiona molto più a fondo, anche a livello sistemico, buttati e comincia a studiare psicologia davvero! Nel quotidiano, invece, lascia andare i timbri: se il comportamento di qualcuno ti ferisce o è indegno di te, non ti serve un referto medico per uscire dalla situazione e scegliere la tua pace.

Perché tendiamo a dare a tutti un'etichetta psicologica?

Perché etichettare è un meccanismo di autodifesa: dare una diagnosi all'altro offre un immediato senso di controllo e ci solleva da ogni responsabilità, aiutandoci a chiudere in fretta una discussione dolorosa.

Usare termini clinici in modo improprio fa davvero male?

Sì. Si tratta di condizioni neurologiche e dello sviluppo reali e serie. Applicarle a tratti normali o a stati d'animo passeggeri ne banalizza l'essenza e logora il valore autentico delle diagnosi.

Significa che nessuno si comporta mai davvero "male"?

No. Significa che spesso le persone non agiscono male per un disturbo mentale, ma perché sono egoiste, immature, codarde o in un periodo difficile. Accettarlo non assolve le loro azioni, ma aiuta a vederle nella loro realtà.

Cosa posso fare al posto di diagnosticare gli altri?

Concentrati sull'unica cosa su cui hai davvero potere: le tue reazioni. Usa la crescita personale per migliorare la tua vita e, se un comportamento ti ferisce, scegli la tua pace senza bisogno di un'etichetta.

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