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Così ho lasciato andare per poter finalmente migliorare il rapporto con mia madre

Schuster Borka4 min di lettura
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Così ho lasciato andare per poter finalmente migliorare il rapporto con mia madre — Famiglia

Non è stato facile rinunciare alla speranza. Per anni ho creduto che un giorno sarebbe cambiato tutto, che saremmo riuscite a connetterci in modo sincero, profondo e amorevole. Pensavo che da adulte avremmo potuto ricominciare da capo e costruire ciò che durante la mia infanzia non siamo mai riuscite a creare. Ma oggi ho accettato: il mio rapporto con mia madre resterà così com’è – e io ho imparato a conviverci.

Sono cresciuta in una famiglia abusiva. I miei genitori sono cambiati molto nel tempo, hanno in parte "normalizzato" la loro vita, e io non ho mai interrotto completamente i rapporti con loro, anche se appena ho potuto sono andata via di casa e da allora mantengo una distanza sicura. Da questa distanza protetta, però, guardavo la mia famiglia con speranza e a volte con nostalgia: avevo paura di lasciarli avvicinare di nuovo, ma dentro di me c’era ancora quella bambina che voleva solo stare tra le braccia di sua madre.

Col tempo si è instaurato tra me e i miei genitori un rapporto superficiale e cortese. Parliamo, ci vediamo, ma quella vicinanza che nasce dalla fiducia incondizionata dei primi anni tra genitore e figlio non si è mai sviluppata. E ora so che non si svilupperà mai.

Per molto tempo questo mi ha fatto molto male. Soprattutto con mia madre desideravo un legame più profondo e intimo. Sono sempre stata più vicina a lei, vedevo in lei la possibilità di cambiamento e comprensione. Invidiavo chi poteva andare a concerti o a teatro con la propria mamma, o provare insieme un nuovo ristorante. Chi sa cosa significa vedere nella propria madre non solo un genitore, ma anche un’amica.

Con mia madre non è mai stato così. Nemmeno da adulte. Ogni volta che cercavo di avvicinarmi, arrivavano parole dolorose. Frasi tossiche, sminuenti e colpevolizzanti che mi colpivano come se fossi ancora una bambina.

Un lungo percorso terapeutico mi ha aiutata a capire che non si trattava di me. Erano i suoi dolori, i suoi sensi di colpa, la sua insicurezza. Ma facevano comunque male. E non andavano bene.

La delusione più grande è arrivata quando ho provato a parlarle di tutto questo. Con apertura, sincerità e senza accuse. Lei però si è subito messa sulla difensiva, poi è diventata aggressiva. Non mi ha ascoltata. Non voleva ascoltare. Ho dovuto affrontare altri lunghi mesi di terapia per capire che, per quanto io lavorassi su me stessa e volessi migliorare il nostro rapporto, lei non era disposta a impegnarsi. La consapevolezza più dolorosa è stata che quando cercavo di parlarle, non stavo accusando. Non volevo rivangare il passato. Volevo salvare il nostro legame, perché per me era importante. Ma lei non era pronta.

Ora ho accettato che non posso riparare da sola ciò che lei ha rotto. E probabilmente lei non arriverà mai a iniziare questo lavoro. Non provo più rabbia nei suoi confronti. Non più. Ma non nutro più speranze.

Il nostro rapporto non è né cattivo né buono. Esiste, funziona, con una distanza pacifica. Ma so che non diventerà mai più profondo o intimo. Non sarà come lo desideravo. E questo ho dovuto elaborarlo.

Non posso influenzare come mia madre vive il suo ruolo materno. Ma dipende da me costruire il rapporto con mia figlia.

Ora che è piccola, ogni giorno faccio del mio meglio per mantenere intatta la fiducia tra noi. Voglio che, quando sarà grande, possa dirmi dove ho sbagliato – perché sicuramente succederà. E voglio essere pronta a vedere in questo un’opportunità per portare il nostro legame a un livello nuovo. Un livello in cui due donne adulte si guardano negli occhi e costruiscono insieme. Un livello in cui scriviamo insieme la nostra storia, diversa da quella delle madri e figlie della nostra famiglia.

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