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Perché non mi dispiace se mia figlia non andrà all’università

Schuster Borka3 min di lettura
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Perché non mi dispiace se mia figlia non andrà all’università — Famiglia

Recentemente ho letto un post in un gruppo Facebook dedicato a genitori di bambini neurodivergenti. Una mamma raccontava il suo dilemma: iscrivere il figlio, ora all’asilo, a una scuola speciale per bambini neurodivergenti o a una scuola tradizionale. Questa è una questione familiare a molti genitori di bambini integrabili. Entrambe le scelte hanno pro e contro, e dato che ogni bambino è unico, spesso non esiste una risposta netta.

Il dilemma mi era chiaro fino alla fine del post. La mamma, dopo aver elencato paure e dubbi, concludeva così: "...perché chi potrebbe sopportare che il proprio figlio diventi solo un meccanico?"

Onestamente, sono rimasta sorpresa. Non solo perché la frase era chiaramente svalutante. (E non entriamo nel merito: secondo me il meccanico è una professione eccellente. Un lavoro che richiede competenze, esperienza pratica e aggiornamento continuo. Inoltre garantisce un buon sostentamento. Non mi verrebbe mai in mente di considerarlo un problema.)

Ma soprattutto sento che la mentalità sociale ci ha portati in una direzione sbagliata. Quando abbiamo deciso che il valore di una persona si misura dal titolo di studio? Quando abbiamo iniziato a credere che senza laurea si valga meno e che solo con un diploma universitario si possa vivere "bene"?

Io stessa ho studiato in una delle migliori università del paese, prima la laurea triennale e poi la magistrale. Ho amato i miei studi perché ero sinceramente interessata e sono grata di aver potuto approfondire ciò che mi appassionava. Ancora oggi mi sento fortunata a fare ciò che mi rende felice e ad aver avuto l’opportunità di imparare qualcosa che mi ha dato gioia.

Ma proprio per questo so anche che non tutti sono felici andando all’università, e non tutti trovano realizzazione in un ambiente accademico come quello in cui io mi sono trovata bene.

Anzi, vedo sempre più chiaramente che il mito "con la laurea avrai una vita migliore, senza sarai povero" non è solo falso, ma dannoso.

Oggi molte professioni offrono un buon reddito, autonomia e rispetto, mentre tanti giovani laureati affrontano lavori precari, stipendi bassi o il rischio di burnout. Non credo affatto che il successo si misuri solo dal titolo di studio.

Come genitore, non penso che l’obiettivo sia far prendere una laurea a mia figlia. Voglio che trovi ciò che la appassiona, che le dà gioia e senso nella vita di tutti i giorni. Che sia una carriera universitaria, una scuola professionale, un mestiere artigianale o una vocazione alternativa, non importa.

Posso immaginare che un giorno scelga l’università perché lì si sentirà sé stessa. Ma posso anche immaginare che impari un mestiere o prenda una strada diversa: magari viaggia in Tibet e apprende dai saggi di un villaggio ai piedi di una montagna qualcosa che un pezzo di carta non può certificare, ma la vita sì.

Come mamma, spero due cose per il futuro di mia figlia: che sia una brava persona e una persona felice. Per nessuna delle due serve una laurea. Conoscenza, esperienza, tenacia e curiosità si possono acquisire in tanti modi. E se sono grata per il mio percorso universitario, lo sarei altrettanto se lei seguisse la sua strada, qualunque essa sia.

Per questo non mi dispiace se non andrà all’università, o se ci andrà ma poi cambierà idea. Voglio solo che senta sua la strada che sceglie. E allora sarò felice anch’io.

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