C'è un momento preciso in cui il telefono smette di essere uno strumento e torna a essere un rubinetto aperto: il giorno dopo un aggiornamento importante. La conversazione di questi giorni intorno alle nuove versioni dei sistemi operativi mi interessa poco dal punto di vista tecnico, molto dal punto di vista pratico: ogni volta che il software cambia pelle, le impostazioni che avevamo limato con pazienza si riallineano al comportamento predefinito. E il comportamento predefinito non è pensato per la tua concentrazione, è pensato perché tu apra le app.
Perché dopo ogni aggiornamento ti senti più interrotta
Non è una sensazione. Quando il sistema si riorganizza, spesso riattiva i permessi di notifica di app che avevi zittito mesi prima, ripropone schermate di benvenuto, aggiunge widget nuovi in evidenza e riporta in primo piano funzioni che l'azienda vuole farti provare. Ognuna di queste cose, presa da sola, dura due secondi. Sommate, ti tolgono venti o trenta micro-interruzioni al giorno, che sono la vera ragione per cui alla sera hai la sensazione di non aver finito nulla pur essendo stata sempre occupata.
La buona notizia è che la manutenzione richiede una sola sessione. Io la faccio con il telefono in mano e un timer da trenta minuti, seduta, senza altre cose aperte. È l'equivalente digitale del cambio di stagione nell'armadio: noioso mentre lo fai, liberatorio per i mesi successivi.





